Migranti e normalità. La “linea editoriale” del pensiero dominante lancia ogni giorno segnali rassicuranti. Niente panico! Nessuna emergenza. I numeri ufficiali parlano di una stabilità complessiva del numero migranti in arrivo in Italia. Probabilmente si pensa al processo complessivo dei flussi come ad un sistema di vasi comunicanti capace di equilibrarsi naturalmente. Probabilmente. Forse. Si spera.
Esiste, di contro, un pensiero prevalente inquieto e non sono rari i casi di intolleranza fisica, violenta. Il tema è delicato e non può essere affrontato con superficialità ma, fuori dai denti, alcune considerazioni sono opportune.
Il nostro Paese è da anni impegnato in interventi a salvaguardia della vita di uomini, donne e bambini “gettati” in mare alla ricerca di migliori condizioni di vita. Quest’attività meritoria diventa un tassello fondamentale nel criminale commercio, in grado di marginalizzare un servizio fornito loro a titolo gratuito. Giunti a destinazione, il “Pacchetto viaggio” comprende, a costo zero, tutto un complesso di servizi compresa l’attività di istruzione legale necessaria per l’acquisizione di status tutelati. Nei fatti il meccanismo dell’organizzazione umanitaria è socio a tutti gli effetti e parte integrata del complessivo mercato di esseri umani.
“Cosa ne facciamo dei migranti?”. In molti ci fanno business. Si creano cooperative , si convertono strutture alberghiere in centri di accoglienza ma, in generale, non sembra esserci un progetto o, comunque, non risulta specificato. Si naviga a vista, in cronica emergenza. I richiedenti asilo cominciano a “stare” in attesa che le istanze vengano esitate. A questo punto del processo di accoglienza i primi nodi vengono al pettine: ben 63 richieste su 100 vengono respinte. I migranti sans papier continuano, comunque, a “stare” facile preda di sfruttamento o devianza criminale.
Sarebbe sciocco, forse irresponsabile, immaginare che questa “stasi” non produca tensione tra ospiti e popolazione locale. Non è solo una questione di accoglienza ma quanto di prospettiva. E’, certamente, irresponsabile l’accoglienza di gruppi di persone con culture diverse e, soprattutto, esperienze di vita critiche senza che si siano mai programmate iniziative utili alla coesione con il territorio. Chi sono, da dove vengono, qual è la loro storia personale. Qualcuno è pericoloso? Chi lo sa? E’ utile saperlo? E’ possibile saperlo?
L’integrazione è, però, un tasto dolente. Esiste una volontà di integrazione o possiamo ritenerci vittime di un lento e inesorabile silente processo di colonialismo fisico e culturale?
L’isolamento rispetto all’Europa, l’improvvisazione delle politiche, lo scarso spirito d’identità e le poche e confuse idee sul tema, lasciano, in atto, poco spazio all’immaginazione.
Domenico Ferraguto

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